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  1. Lollo

    la marcia su pisa

    La Marcia su Pisa: il Racconto Completo Era una domenica diversa, quella che i paracadutisti del 1° Battaglione del Centro Addestramento di Paracadutismo di Pisa ricordano ancora come "la domenica dei 400". Un evento che non nacque dal nulla, ma fu il culmine di una serie di tensioni, provocazioni e vendette incrociate che si consumarono nei giorni precedenti, cambiando per sempre i rapporti tra i militari e la città. I FATTI CHE PORTARONO ALLA MARCIA Tutto ebbe inizio un martedì sera, in piazza dei Cavalieri. Due giovani allievi si lasciarono andare a commenti pesanti nei confronti di una ragazza, notata per la sua disinvoltura. L'episodio non passò inosservato al suo fidanzato, un pugile conosciuto nella zona, che non esitò a intervenire. Il campione medio massimo toscano li affrontò senza esitazione, lasciando entrambi malconci. L'affronto non poteva rimanere impunito. Due giorni dopo, sei parà decisero di restituire il colpo. Giovedì sera si ritrovarono in piazza Garibaldi per "dare una lezione" al pugile. Ma la spedizione si rivelò un disastro: ad aspettarli c'erano lui e una trentina di amici. Quattro di loro si dileguarono, ma i due rimasti, già umiliati, ricevettero un'altra dose di botte. Tornati in caserma gonfi e mogi, i due cercarono di nascondere l'accaduto, evitando persino l'infermeria per non rischiare sanzioni disciplinari. La voce, però, si sparse rapidamente. Tra venerdì e domenica mattina, la tensione si alimentò nei corridoi della Gamerra, tra mensa, spaccio e camerate. LA MARCIA PRENDE FORMA Domenica pomeriggio, davanti all'ufficio di "Efos" (Roberto Bellini), uno dei personaggi più influenti tra i militari, si radunarono circa 200 tra allievi e parà. L'intento iniziale era chiaro: una spedizione punitiva. Tuttavia, Efos intervenne con fermezza, calmando i più agitati. La spedizione punitiva si trasformò in una marcia dimostrativa. Il gruppo si mise in movimento, attraversando Pisa in una sfilata cadenzata. Partirono dai Bagni di Nerone, passarono per il ponte di Mezzo e arrivarono in piazza Vittorio Emanuele. Durante la marcia si alternavano canti militari e cori come "Boia chi molla". Nessuno indossava il basco, ma alcuni portavano il cinturone sotto il giubbotto. Contrariamente a quanto riportato successivamente da alcune fonti, la marcia non vide scontri con le forze dell'ordine o atti di vandalismo. Non ci furono cacce all’uomo né vetrine rotte. La tensione era alta, ma l'evento si mantenne entro limiti controllati. LA CONCLUSIONE Quando il gruppo arrivò in piazza Vittorio Emanuele, le forze dell’ordine si fecero finalmente presenti: due gazzelle dei carabinieri, una volante della polizia e tre vigili urbani. Poco dopo, giunsero gli ufficiali e sottufficiali di servizio, circa venti in tutto, che dispersero la folla. Entro le 18:30, i paracadutisti erano già rientrati alla Gamerra. La reazione delle autorità non tardò. Il ministro Lagorio impose una consegna collettiva immediata, mentre il sindaco di Pisa fu accompagnato fuori dalla caserma dal comandante della SMIPAR. La tensione si riversò sulle strade attorno alla Gamerra, dove le auto con targhe non pisane venivano spesso danneggiate con scritte come "Para SS". GLI STRASCICHI Il giovedì successivo, il generale Rubeo dichiarò fuorilegge la consegna collettiva, invitando tutti i militari a tornare in libera uscita. Tuttavia, le tensioni erano ancora palpabili. Quella sera, il ponte di Mezzo era presidiato: a nord dai carabinieri e a sud dalla polizia in tenuta antisommossa. Da una parte i paracadutisti, dall'altra i giovani della sinistra più estrema. Nonostante le provocazioni, non ci furono scontri fisici. Per smorzare ulteriormente la situazione, il sabato successivo molti paracadutisti furono mandati in licenza. I responsabili principali degli eventi furono identificati: non erano i sergenti e sottotenenti inizialmente accusati, ma un altro sottotenente e due graduati con legami politici controversi. Furono trasferiti lontano, ponendo fine a quella stagione di tensioni. CONCLUSIONE La marcia su Pisa non fu una semplice dimostrazione di forza, ma un riflesso delle tensioni sociali e politiche dell’epoca. Nonostante le narrazioni divergenti, i paracadutisti mantennero un certo controllo, evitando che l'evento degenerasse in violenza incontrollata. Rimane nella memoria di molti come un episodio emblematico della vita militare e del rapporto, spesso conflittuale, tra la caserma e la città.
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